Fotovoltaico e rischio incendio: cosa cambia con la nuova Linea Guida dei Vigili del Fuoco

Negli ultimi mesi ho avuto l’occasione di partecipare come relatore a diversi incontri tecnici dedicati alla sicurezza degli impianti fotovoltaici. Durante uno di questi interventi dalla platea è arrivata una domanda molto diretta: un impianto fotovoltaico può davvero provocare un incendio?

La risposta non è banale e riguarda sempre più spesso progettisti, installatori e proprietari di edifici dotati di impianti fotovoltaici.

Termografia di pannello fotovoltaico con hotspot a 150 gradi Celsius rilevato da telecamera IR

Perché gli impianti fotovoltaici possono provocare incendi?

Un impianto fotovoltaico non è un’isola. Se installato sul tetto di un capannone industriale — come avviene per la grande maggioranza degli impianti di taglia significativa — un guasto che genera calore o un arco elettrico non rimane confinato ai pannelli. Può propagarsi alla struttura sottostante, compromettere l’intera attività produttiva e generare fermi produttivi, disagi logistici e perdite finanziarie difficilmente recuperabili nel breve termine.

Il rischio non nasce soltanto da un difetto del componente, ma si costruisce nel tempo: scelte progettuali approssimative, installazioni eseguite senza il rispetto dei criteri tecnici, manutenzione assente o tardiva. Ogni impianto fotovoltaico è un investimento: come tale, richiede di essere protetto fin dalla fase di progettazione.

Gli impianti fotovoltaici sono davvero sicuri?

Sì, a condizione che vengano progettati, installati e mantenuti nel rispetto delle norme vigenti. La tecnologia fotovoltaica è intrinsecamente robusta, ma presenta caratteristiche elettriche che la distinguono da tutti gli altri impianti: i pannelli generano tensione continua in presenza di luce, indipendentemente dallo stato dell’impianto. Questo significa che, anche in caso di guasto o incendio, la sorgente di energia non può essere semplicemente “spenta”.

Per i Vigili del Fuoco, questa caratteristica rappresenta una criticità operativa reale: intervenire su un incendio che coinvolge un impianto fotovoltaico richiede procedure e precauzioni specifiche, codificate proprio dalla nuova Linea Guida VVF.

Come nasce un incendio in un impianto fotovoltaico?

Le cause di innesco sono diverse, ma seguono quasi sempre lo stesso schema: un componente genera calore anomalo, il calore si concentra in un punto, il materiale circostante raggiunge la temperatura di ignizione. I percorsi più comuni che portano a questo scenario sono tre.

Il primo è l’arco elettrico: si verifica quando la corrente salta attraverso un’interruzione del circuito — un connettore allentato, un cavo danneggiato, un contatto ossidato. L’arco raggiunge temperature elevatissime in pochi millisecondi e può innescare materiali combustibili nelle immediate vicinanze.

Il secondo è il surriscaldamento per resistenza di contatto elevata: connettori non compatibili, serraggio insufficiente o degrado nel tempo aumentano la resistenza elettrica del giunzione, che si trasforma in calore. È un processo lento e silenzioso, difficilmente rilevabile senza strumentazione adeguata.

Il terzo è l’hotspot: il fenomeno forse più subdolo, perché origina da un’anomalia apparentemente banale.

Cos’è un hotspot

Un hotspot è una zona di surriscaldamento localizzato in un modulo fotovoltaico che può superare i 150°C. Si verifica quando una cella fotovoltaica viene ombreggiata o danneggiata e dissipa energia sotto forma di calore invece di produrre elettricità. Il meccanismo fisico alla base si chiama Reverse Bias: la cella inverte il proprio comportamento elettrico, diventando un carico resistivo che si surriscalda.

  • deterioramento irreversibile del modulo
  • fusione del backsheet (foglio protettivo posteriore)
  • formazione di archi elettrici
  • aumento significativo del rischio incendio

Una foglia secca, un deposito di guano, una micro-cricca causata dalla grandine: bastano questi elementi per innescare il fenomeno. A occhio nudo, il pannello appare integro. Con una termocamera a infrarossi, la zona anomala diventa immediatamente visibile come una macchia cromatica intensa — arancione, rossa, bianca — che indica temperature ben oltre la norma operativa.

Quali sono le cause più comuni di surriscaldamento nei pannelli?

L’esperienza sul campo, confermata dalla casistica raccolta dai Vigili del Fuoco, indica alcune cause ricorrenti che vale la pena conoscere.

  • Ombreggiamento parziale: vegetazione, sporcizia, deiezioni di uccelli o oggetti posati sul pannello creano zone d’ombra che alterano il comportamento elettrico delle celle.
  • Micro-cricche: danni meccanici invisibili all’occhio nudo causati da grandine, calpestio improprio durante la manutenzione o stress termici ripetuti nel tempo.
  • Delaminazione e infiltrazioni di umidità: compromettono l’isolamento interno del modulo, aumentando il rischio di dispersioni elettriche.
  • Corrosione dei contatti interni: accelerata da ambienti umidi, marini o industriali.

Quali errori di installazione aumentano il rischio incendio?

  • Dimensionare correttamente le stringhe per contenere le tensioni in corrente continua entro limiti gestibili.
  • Installare dispositivi di sezionamento accessibili, chiaramente segnalati e testati.
  • Prevedere percorsi di cablaggio protetti, ancorati e segregati da materiali combustibili.
  • Non accettare in cantiere moduli con danni visibili o sospetti.

In fase di esercizio e manutenzione

  • Eseguire ispezioni visive periodiche, con attenzione alla vegetazione, agli accumuli di sporcizia e allo stato dei cavi.
  • Pianificare ispezioni termografiche a infrarossi con cadenza almeno annuale.
  • Verificare periodicamente lo stato dei connettori e dei morsetti di collegamento.
  • Documentare ogni intervento di manutenzione per garantire la tracciabilità degli interventi.

La manutenzione non è un costo: è la polizza assicurativa dell’investimento.

Questo è il capitolo che, durante i miei interventi formativi, genera sempre maggiore attenzione — perché riguarda scelte che vengono fatte in cantiere e che producono effetti a distanza di mesi o anni.

Cross-mating dei connettori: l’accoppiamento di connettori di marche diverse è uno degli errori più diffusi e più sottovalutati. I connettori MC4 di produttori diversi possono sembrare compatibili, ma non lo sono elettricamente. Nel tempo sviluppano resistenze di contatto elevate, surriscaldamenti localizzati e, nei casi peggiori, archi elettrici. Un problema banale da prevenire in fase di installazione, costoso da gestire quando si manifesta.

Cablaggi non fissati correttamente: cavi in corrente continua non adeguatamente ancorati si deteriorano per sfregamento, esposizione UV e stress meccanici ripetuti. Le guaine si crepano, l’isolamento si degrada, il rischio di dispersione aumenta.

Moduli danneggiati accettati in cantiere: la pressione sui tempi di installazione porta talvolta ad accettare moduli con danni visibili o sospetti, che diventano potenziali sorgenti di hotspot fin dal primo giorno di esercizio.

Hotspot non rilevati per assenza di ispezione termografica: senza un’ispezione periodica con termocamera, i guasti che generano calore localizzato rimangono invisibili fino a quando non producono danni strutturali o, nei casi peggiori, un incendio.

Cosa cambia con la nuova Linea Guida dei Vigili del Fuoco?

La Linea Guida VVF del 1° settembre 2025 aggiorna il documento tecnico precedente, risalente al 2012. Tredici anni di evoluzione tecnologica, crescita del mercato e nuova casistica incidentale rendevano l’aggiornamento non più rinviabile.

Il documento si applica agli impianti fotovoltaici ubicati all’interno o a servizio di attività soggette alle procedure di prevenzione incendi, e include gli impianti integrati in edifici civili, industriali, commerciali e rurali — comprese pergole, tettoie e pensiline.

Le novità più rilevanti rispetto alla versione precedente riguardano:

  • Criteri più dettagliati per la valutazione del rischio in relazione alla tipologia e alla posizione dell’impianto.
  • Requisiti specifici per i dispositivi di sezionamento, con l’obiettivo di garantire ai Vigili del Fuoco la possibilità di mettere in sicurezza l’impianto in fase di intervento.
  • Indicazioni più stringenti sulla manutenzione periodica, con riferimento esplicito alle ispezioni termografiche come strumento di prevenzione.
  • Aggiornamento della casistica incidentale con riferimento a eventi reali documentati.

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